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L’Aneis contro gli “adoratori” dell’indennizzo diretto

di Laura Cocozza

Tratto dall'articolo apparso 22 febbraio 2006 10.30 sul sito ufficiale dell'ANEIS

L’indennizzo diretto è ancora l’argomento sul tappeto. La scorsa settimana abbiamo ascoltato il parere di Antonio Coviello, ombudsman assicurativo, un sostenitore di questo tipo di risarcimento, sostanzialmente in linea con le posizioni di larga parte del mondo del consumo e delle istituzioni. Ora la parola a Stefano Mannacio, responsabile relazioni esterne dell’Aneis, l’associazione nazionale di esperti di infortunistica stradale che si schiera nella posizione esattamente opposta.

“Posso affermare - dice Stefano Mannacio - che l’indennizzo diretto assume tutte le caratteristiche di una “religione” che ha bisogno di “adoratori” dotati di una fervida fede. Perché solo chi ha una fervida fede nelle imprese assicuratrici, può sostenerlo. Peccato, però, che questa fede è mal riposta, perché le “divine” assicurazioni non hanno promesso o garantito alcuna riduzione delle tariffe. Tutti parlano di ipotetiche riduzioni, oscillanti tra il 10 e il 15 per cento, tranne le assicurazioni”.

Mannacio sottolinea che anche il Consiglio di Stato, nel suo parere, ha evidenziato proprio che, a fronte di restrizioni dei diritti degli assicurati, non è previsto un impegno preciso delle compagnie sulla riduzione delle tariffe.

“Per capire l’infondatezza delle speranze dei ferventi adepti, basta chiedersi: perché le compagnie dovrebbero abbassare le tariffe? Chi le obbligherebbe a ridurle?”. “Non certo le ragioni economiche, anzi. Le imprese assicuratrici più importanti sono tutte società per azioni. Basano, cioè, la loro esistenza sulla ripartizione dei dividendi tra gli azionisti. Se le loro spese diminuissero, come accadrebbe con l’applicazione dell’indennizzo diretto, ci sarebbe più guadagno per gli azionisti. Dunque, perché dovrebbero rinunciare a questo guadagno? Semmai – prosegue Mannacio – dopo un anno potranno sempre dire che l’indennizzo diretto è stato un fallimento e che i sinistri sono aumentati. E si ricomincerà da capo a cercare una soluzione”.

Mannacio pone anche un’altra domanda: “Come mai da anni le imprese sostengono che il costo medio aumenta ed invece ogni anno aumentano i profitti? Come mai da una perdita asserita nel 1999 di 3500 miliardi di lire sono passate ad una attivo stimabile in circa 4000 miliardi di lire nel 2005?".

In pratica, secondo Mannacio, a fronte della speranza nella buona fede delle assicurazioni, ci sarebbe solo una certezza, ovvero la minore tutela dei diritti dei danneggiati. “In primo luogo perché – avverte Mannacio - il diritto di risarcimento del danneggiato perderà di efficacia concreta sia perché, se la compagnia si occuperà di assistere il danneggiato, in sede di liquidazione cercherà di liquidare il minimo possibile, sia perchè non ci sarà la certezza dei tempi dell'istruttoria, rigidamente regolamentati dalle leggi in vigore”.

“In secondo luogo – continua Mannacio - se prima per un sinistro si apriva una sola posizione contabile ora non è escluso che le posizioni contabili aperte potranno essere due: quella di chi ha subìto il sinistro e quella di chi lo ha causato”.

Mannacio solleva obiezioni anche sul fatto che il risarcimento diretto sia una pratica largamente applicata in tutta Europa. “Semmai in Europa esiste, come in Italia, la Convenzione per l'Indennizzo Diretto (CID), volontaria, e solo in presenza di firma congiunta tra le parti. In Italia, si è rivelato un fenomenale strumento per la ripartizione della responsabilità e per le truffe. Solo in Francia esiste una procedura di indennizzo diretto obbligatoria con modalità difficilmente “esportabili” in Italia”. “Che poi il risarcimento diretto possa aumentare la competitività tra le imprese, che, dati alla mano, sono solo 73 contro le 256 in Belgio e le circa 300 in Francia, ma in realtà solo 5 a causa dei processi di fusione e incorporazione, è un sogno”.

Il ragionamento del responsabile Aneis parte da una considerazione sul mercato Rc auto italiano: “Con il 70% di concentrazione del mercato Rc auto e 40 milioni di automobilisti obbligati a comprare la polizza, ma chi glielo fa fare alle imprese di farsi la guerra?” Dunque, le imprese non avrebbero alcun interesse a farsi concorrenza tra loro perchè in un mercato oligopolististico la concorrenza può innescare un processo in cui tutti perdono. “Semmai – specifica Mannacio – le compagnie hanno interesse ad acquisire nuove imprese, non certo nuovi assicurati”.

In conclusione, Mannacio si rivolge alle associazioni dei consumatori ed in particolare a Paolo Landi, presidente Adiconsum col quale dice di essere d’accordo su un unico punto, ovvero “sul fatto che il risarcimento diretto comporterà benefici per le Assicurazioni, come da lui stesso dichiarato. Sarebbe pertanto opportuno – propone il responsabile Aneis - che il CNCU cominciasse a fare una seria autocritica sul fallimento di una politica di intese e concertazioni con le compagnie e si adoperasse per la convocazione di una conferenza con i professionisti del settore, ovvero magistrati, avvocati, esperti di infortunistica stradale, del cui contributo tecnico e conoscitivo non si è mai voluto tener conto con conseguenze tangibili sui diritti degli assicurati e dei danneggiati, ormai ridotti ai minimi termini”.